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PREMIO SPECIALE GIOVANI - Opere premiate

Concorso Letterario "Versi & Prosa"
III Edizione 2009

 

PREMIO SPECIALE GIOVANI - Opere premiate

 

“Volevo solo vedere il cielo”Agnese Gaglio (Livorno)

Luce, e poi buio. Un raggio di sole, e poi l’ombra. Non ricordo più se sia pomeriggio oppure mattina, le immagini che si riflettono lungo questa parete bianca hanno smarrito la loro identità lasciandomi in un limbo chiamato dubbio . Leggo il vuoto fra le fessure di questa vecchia serranda, sono cieca se solo provo a distinguere i colori che intravedo dalla finestra, in perenne bilico tra realtà e sogno voglio evadere, fuggire lontano ed assaporare il profumo del mare. Cerco di ricordare come sono arrivata qui, ma il rumore continuo delle molle di questo vecchio materasso non mi permettono di mettere a fuoco il cammino che mi ha portato fra queste mura di cartone, una gabbia da cui non riesco ad uscire. In confronto, quella passata anni fa, sembra una dolce prigionia. Avevo tredici anni quando per una brutta influenza dovetti restare chiusa in casa per due mesi; il medico aveva detto che c’era rischio di contagio, e sarebbe stato prudente rimanere in isolamento per un certo periodo di tempo. Mi sentivo molto triste, ricordo che passai i primi giorni abbracciata alla mia bambola di pezza, cercando di nascondere le lacrime fra le grinze del suo vestito. Una sera, rientrando dal lavoro, mio padre portò a casa un telescopio. Diceva di averlo trovato alcuni mesi prima davanti ad un cassonetto della spazzatura, non si capacitava di come qualcuno avesse potuto gettarlo insieme ad una lattina di birra e ad una vecchia scatola di cereali. Lo aveva preso con sé, ed ora, dopo una bella ripulita e troppi giorni passati fra la polvere della cantina, era giunto il momento che qualcuno lo riportasse in vita. Chi meglio di me, una che passava le sue giornate a contare le macchine che passavano per strada. Inizialmente lo avevo guardato con sospetto , lo scrutavo da lontano ed incuriosita facevo capolino con la testa dalle mie lenzuola per osservarlo durante le mie notti insonni. Era un oggetto nuovo, forse fu per sfida che mi avvicinai la prima volta a lui. Lo trascinai verso la finestra, scostai le tendine rosa e lo puntai verso le stelle. Solo quella sera capii che non avevo mai visto il cielo. Davanti ai miei occhi un mondo nuovo si era aperto, un’esplosione di vita, la consapevolezza di respirare la verità della notte dopo tanti anni passati dietro un velo opaco che non mi permetteva di vedere quello che stava sopra la mia testa. Terminai la mia convalescenza con l’occhio fisso sull’obiettivo, e anche dopo la malattia non potevo fare a meno di gettare uno sguardo all’infinito ogni volta che ne avevo il tempo. Dicevo a tutti che un giorno sarei diventata un’astronauta per dare un volto all’infinito, scorgere almeno da lontano il satellite degli innamorati, perdermi con lo sguardo nella ricerca di casa mia, capire se l’immensità dello spazio fosse davvero preclusa solo a noi, uniche anime conosciute. Gli anni passarono, e quando giunsi a compiere la maggiore età presi l’importante decisione di lasciare il mio paese. Avevo sentito dire che in Italia c’erano ottime università; un piccolo grande passo prima di un salto nel buio chiamato Stati Uniti, dove avrei potuto cercare di rendere vero quel sogno che sentivo sempre più vicino. Ero convinta di farcela, accecata da mille speranze e negli occhi le parole che avevo letto in tanti libri di astronomia, non vedevo ostacoli davanti a me, mi sembrava tutto tremendamente facile. E così sono partita, ansiosa di entrare dalla porta principale di un famoso ateneo, mangiare uno spicchio di pizza con la mozzarella filante, fare una foto davanti al Colosseo. Ho lasciato la mia terra con la convinzione di tornarci un giorno, per vedere finalmente l’alba sul mare da vincente. Ma le cose non sono andate così. Non sono entrata in nessun ateneo, non sono riuscita ad assaporare il tipico cibo italiano, non ho visto il famoso anfiteatro. Adesso, dopo due anni, non sono ancora riuscita a fare niente di queste cose. L’unica cosa che vedo davanti a me è il volto dell’ennesimo sconosciuto che per pochi soldi sta abusando del mio corpo infangato da troppe mani luride. Ogni volta cerco di trattenere il respiro, non voglio permettere che l’odore dell’uomo di turno entri nelle mie narici. Mia madre mi ha scritto una lettera pochi giorni fa, dice che non vede l’ora di rivedermi e che le sue amiche sono tutte invidiose di lei perché la sua piccola Jonida è qua nella bella Italia a studiare e “a fare i soldi”, come dicevano sovente le zitelle  inacidite che chiacchieravano sempre davanti al bar posto sotto casa mia. La verità le farebbe troppo male, non voglio ferirla, o forse sono io a non voler accettare la sconfitta. Ha finito finalmente, se ne va, lascia le banconote sopra il comodino. In un certo senso i soldi li ho fatti, peccato che devo dividerli con quell’uomo barbuto che dice di essere il mio protettore. Dice che mi vuole bene, ma non gli credo più come una volta. Mi aveva promesso un alloggio e la possibilità di studiare. Intorno a me vedo solo una baracca di legno e l’inferno. Mi alzo e vado verso la finestra. Ormai è sera. Una lacrima riga il mio viso. Ripenso a quella bambina che puntava il telescopio verso l’alto, in fondo non voleva troppo dalla sua vita, voleva solo realizzare il suo sogno. Io volevo solo vedere il cielo.