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NARRATIVA - Opere premiate

Concorso Letterario Internazionale
"Versi & Prosa"
IV Edizione 2010

 

NARRATIVA - Opere premiate
 

“Incontro”Silvia Marini (Pisa)


Sono molto vecchio. La notte, quando il sonno tarda, mi abbandono e penso. Alcune volte i pensieri sono lievi come nuvole a primavera, altre volte sono cupi, invadono la mente, martellano le tempie, mi chiedono perché, ma io non ho risposte da dare… Quando l’angoscia è troppo grave da sopportare, scendo in spiaggia e cammino.
Mi salva il mare. Ho sempre amato il mare, maestoso e terribile, potenza arcana che svela o nasconde senza un perché. Ho sempre amato perdermi nel movimento ritmico delle onde, sentirmi infinitamente piccolo, piccola cosa sollevata dal peso della vita. Il mare fa parte di me.
- È un pesce!- mi dicevano da bambino ed io nuotavo, confuso tra le onde, rubavo attimi di paradiso, ogni giorno di più.
La mia indole strana e sognante si rivelò precocemente, non avevo i piedi per terra, mi dicevano tutti, ebbene, li presi in parola, misi i piedi in mare e non li tolsi più! Il mare diventò la mia casa, la mia terra, il mio destino, la mia condanna…
Mi imbarcai che ero ancora un ragazzo, imparai presto a muovermi nell’angusto spazio della cabina, magico regno di cui io solo possedevo la chiave! Imparai a decifrare odori, rumori e colori, ignoti ai più, eloquenti per me, vissi libero, a nessun’altra legge soggetto, se non a quella di natura!
Ma il tempo passa anche in mare. I giorni seguivano i giorni… io non me ne curavo. Avevo le mille sfumature dell’azzurro, l’odore salato delle onde e l’orizzonte… confine tremulo dei miei pensieri.
-C’è poco di umano in me- pensavo. Creatura acquatica e sfuggente, ho avuto l’immensità per compagna…
Poi la normalità ha raggiunto anche me. Mi ha chiamato, si è presentata un giorno assumendo le sembianze di una strana malattia, che mi chiedeva un cambiamento radicale, che decretava me, proprio me, inadatto alla vita di mare! Dovevo rassegnarmi a vivere a terra, se volevo continuare a vivere.
Una camera affacciata sul mare mi accolse e ancora oggi accoglie le mie notti insonni. Mi accoglie e mi consola. Quando i pensieri si fanno troppo cupi e le pareti non riescono a contenere il mio umor nero, cerco conforto nel mare. Esco, a piedi scalzi, vecchio e malfermo, cammino sulla spiaggia, a lungo, fino a quando le mie gambe traballanti riescono a sostenermi. Guardo le mie impronte sulla sabbia, so che rivelano età e malattia. Inevitabilmente la mente va… così ogni sera, ogni dannata sera della mia vita, pongo a me stesso la stessa domanda: - Perché sono sceso dalla nave? – non era meglio restare e morire come ho sempre vissuto, morire in mare, non era meglio se, se, e ancora se…
Fantasie proibite, lugubri, vietate di giorno, si librano nell’aria notturna. Non riesco a scacciare l’immagine amata e temuta del mio corpo senza vita cullato dalle onde, avvolto in liquide lenzuola… mi vedo giovane e bello, nobilitato dalla morte, immagino le infinite e misteriose creature marine porgere al fratello l’estremo saluto, mentre il mare, mia casa e mio destino, mi rende eternamente parte di sé. Un tetro piacere accompagna le mie visioni notturne, mentre la sabbia corrode le mie ossa stanche…
Vago senza sonno e senza meta… in un mondo apparentemente deserto.
Strani incontri avvengono la notte, in riva al mare, se fossi un poeta li narrerei… ho visto gli innamorati baciarsi al chiaro di luna, ho visto compiere ogni sorta di peccato, al riparo della notte, e sempre, mi sono astenuto dal giudicare.
Ma niente di ciò che ho vissuto, sofferto, pensato mi aveva preparato al dolore di quell’incontro.

Passeggiavo, una sera come tante, per combattere malinconia e ricordi. Indovinai, da lontano, una sagoma adagiata sulla battigia. Conosco il mare e conosco la notte. Vedo ciò che altri non vedono, così, col cuore gonfio di paura, la testa rimbombante di mille domande, cercai di comprendere il significato di quella forma incerta.
Parve strano perfino a me, che ho fatto della stranezza l’abito quotidiano, pensare a un essere umano, addormentato, così… sulla battigia, con le gambe sommerse dalle onde, il corpo calpestato dal mare. Chi può essere? Forse un ubriaco, o un disperato che può ancora essere salvato? Accelerai. Volevo capire.
La sagoma scura, dapprima indistinta, poi sempre più nitida, mi chiamava affinché potessi assistere e comprendere.
Trafitto dal dolore e dal rimorso, mi sentii piccolo e meschino. D’improvviso l’immagine del mio corpo fluttuante tra le onde si spogliò di ogni poesia, assunse un aspetto crudo e terreno. Membra gonfie, occhi sbarrati di muta condanna all’ingiustizia che governa il mondo.
Sperai, fino al momento in cui, al cospetto del mare, della sabbia e delle stelle, caddi in ginocchio, istintivamente feci il segno della croce, e piansi…

Due giorni dopo il giornale del mattino recitava così:
Giovane donna, di colore, di età stimabile intorno ai trent’anni, è stata rinvenuta, priva di vita, sulla spiaggia di Lampedusa, a circa 10 Km dall’abitato.

 


"Un uomo e un cane" - Alessandro Corsi (Livorno)


Gabriele non si ricordava di com’era la sua vita d’un tempo, di quando aveva ancora una famiglia. Di quando svolgeva un lavoro ben remunerato che gli piaceva. Di quando abitava in una casa grande ed accogliente, forse bellissima.
Raramente gli tornavano in mente la moglie ed i figli, i genitori ed i suoceri, le sorelle ed i cognati, i nipoti. Tutti, tutti erano morti in quel= l’incendio che aveva distrutto la casa nella quale si erano riuniti per fe= steggiare il Natale. Lui non era presente per un puro caso, nei momenti in cui si era consumata la tragedia.
Gabriele si attaccò nuovamente alla bottiglia di vino scadente, per bere lungamente e scacciare il ricordo di ciò che era stato. Di ciò che non sarebbe tornato.
“Perché non sono morto anch’io?” tornò a domandarsi, rimprove= randosi per non avere trovato il coraggio di uccidersi. Si guardò attorno, intontito per il vino ingerito e lieto di avere ancora un fiasco da iniziare. Entro la sera, però, avrebbe dovuto procurarsi qualcosa da bere.Ubria= carsi era diventata la sua unica ragione di vita
“Quasi la mia unica ragione” si corresse immediatamente, pensando al cane bastardo e randagio con il quale aveva fatto amicizia alcuni anni prima.
Erano diventati compagni di strada così, senza che nessuno dei due ci pensasse. Si erano incontrati, si erano piaciuti ed avevano iniziato a camminare assieme per i sentieri del mondo e della vita. Per quei cam= mini, oscuri e trascurati da tutti, che erano diventati la loro casa.
Lo aveva chiamato Nilo, come un cane che aveva posseduto da bambino. Assieme avevano vissuto degli attimi bellissimi, anche nelle sconfinate disperazioni delle loro giornate. Un pasto caldo, per esempio, od un letto accogliente nelle quali dormire nelle notti d’inverno più rigide e piovose.
“Ed una bottiglia di vino, naturalmente” si disse Gabriele, lanciando un’occhiata all’amico. Dormiva sotto la panchina sulla quale lui, tem= poraneamente, aveva fissato il proprio domicilio.
Era piena estate, ma il barbone portava addosso tutti i suoi luridi stracci. Nei fagotti, che aveva con sé da quando non ricordava più, ave= va tutti i suoi beni terreni.
“Beato te, Nilo” disse rivolgendosi al compagno, che subito si sve= gliò per rivolgere su di lui lo sguardo. Quando si rese conto che l’umano non desiderava nulla tornò a sdraiarsi con gli occhi chiusi.
Gabriele vuotò con una sola ed appassionata sorsata la bottiglia, che poi gettò nel cestino dei rifiuti accanto alla panchina. Quindi si dispose a far passare il tempo.

Alcune ore più tardi i due stavano camminando, senza una mèta particolare.
Nilo, mentre stavano attraversando una strada nei pressi di una cur= va, si attardò per raccogliere gli avanzi di un panino ripieno finiti in mezzo alla carreggiata. Gabriele, non appena fu giunto sul marciapiede, si volse per vedere dove fosse l’amico. Quando si rese conto del so= praggiungere di un’auto ad alta velocità comprese immediatamente che il cane stava per essere investito.
“Attento!!!” gridò, balzando in avanti dopo aver fatto cadere i fagotti e pensando soltanto che Nilo stava per essere ucciso. Fece appena in tempo a raggiungerlo e spingerlo violentemente in avanti, prima che  il  veicolo lo investisse.
Il barbone non riuscì a vedere se il suo amico si era salvato oppure no. La morte lo aveva liberato da ogni terrena sofferenza.

 


"Gli eclettici" - Dario Ghiringhelli (Turate – Como)


L’amico Pierangelo, infaticabile inventore ed assertore di ogni iniziativa che avesse la luce all’interno del nostro ormai collaudato schieramento del Cadorna, aveva condotto a termine un’impresa che, a quei tempi, costituiva un ambito traguardo. Era riuscito, ignoro quali fantasiosi espedienti abbia messo in pratica, a farsi affittare due locali con relativo servizio igienico, a bassissimo prezzo, in un pianterreno condominiale situato in via Carlo Porta, dove, circa un decennio dopo, sarebbe sorto un importante parco pubblico.
Per far fronte alle spese di locazione aveva obbligato una ventina di noi a partecipare economicamente, con una quota di cinquemila lire al mese cadauno, a quell’inusitata gestione. Il suo intendimento consisteva nel fondare una specie di club o associazione che operasse in quei locali con le più disparate attività: letture interpretative di testi teatrali, tornei di bridge e di scacchi, prove di pittura, scultura, accademie musicali o, più semplicemente, la creazione di un ritrovo dove ogni iscritto potesse trovare un rifugio privato senza più l’obbligo di sottostare alle regole consumatorie che vigevano in un locale pubblico come, per l’appunto, era il nostro Cadorna.
Nel giro di un mese, grazie alle sottrazioni mobiliari perpetrate in casa propria da coloro che avevano aderito all’azione principiata, fummo in grado di dare una veste accettabile, dal punto di vista dell’arredo, a quell’artistico ritrovo, dopo aver sistemato mobili e suppellettili secondo un criterio funzionale e di gusto. Ogni socio disponeva di una propria chiave di accesso, proprio in un’ottica di partecipazione collettiva e comunitaria di persone unite da condizioni, vincoli, interessi e modi di vita comuni. In pochissime settimane il numero di soci aumentò vorticosamente fino a raggiungere la quota di settantuno iscritti.
Molto democraticamente Pierangelo si autonominò presidente di quell’associazione a cui si imponeva la scelta di una denominazione ben precisa. Dopo lunghe serate di “brain-storming” incessanti e logoranti, la decisione fu all’unisono: la nostra associazione si sarebbe chiamata “Club eclettici saronnesi”, la cui abbreviazione posta sulla targhetta di ingresso risultava: “C.E.S.”.
Nell’entusiasmo del momento, nessuno di noi fu in grado di antivedere quali nefaste conseguenze sarebbero derivate da quell’improvvida sigla destinata, ineluttabilmente, a richiamare quel notorio spazio di intimità che tutti, in ogni tempo ed epoca, siamo obbligati a frequentare.
Da lì, all’esclamazione interrogativa dei clienti del Cadorna che ci vedevano ogni sera lasciare il bar per recarci nel nostro club, il passo fu breve:
“Andate tutti al cesso?”.
L’entusiasmo per la nostra nuova creatura fu superiore alle frequenti battute di spirito pronunciate con il solo intendimento di sfottò locale, ma tale, comunque, da farci scendere al compromesso di mutare quella denominazione tanto oggetto di scherno e sollazzo.
Durante un intero trimestre l’organizzazione del club funzionò a meraviglia, raggiungendo il suo culmine con la perfetta riuscita di tornei di scacchi, di bridge, e con il tentativo, non portato a compimento, di mettere in scena in un teatrino situato nel dopo-lavoro aziendale delle Ferrovie Nord Milano, “La zia di Carlo”, famosa e divertente commedia le cui prove ebbero luogo nei locali del club.
La scelta di quel lavoro, la cui vicenda si snodava in ambiente studentesco, fu originata dalle ambizioni registiche di Pierangelo che avrebbe dovuto anche travestirsi da donna, fingendo di essere, appunto, la zia di Carlo. Non fu possibile andare in scena perché i Pompieri di Varese non concessero l’agibilità a quel piccolo teatro in quanto non in regola con le norme di sicurezza.
Da evidenti sprovveduti nessuno di noi aveva avuto la lungimiranza di prendere per tempo informazioni sul potere operare o meno in quel minuscolo spazio scenico. Così l’afflato artistico di Pierangelo finì miseramente tarpato da un rigoroso vincolo burocratico per non  rifiorire più nel prosieguo di quel periodo.
Come avviene in tutte le vicende improntate ad un incosciente entusiasmo giovanile, ogni iniziativa, apparentemente encomiabile, subiva la fase, per così dire, discendente al punto che quel nostro tanto amato club patì una metamorfosi radicale del proprio indirizzo artistico-culturale, trasformandosi gradualmente in un bordello postribolare.Ognuno dei soci, disponendo di una propria chiave di accesso, pensò bene di portarvi la compagna del momento con il deprecabile obiettivo di fornicare in pace senza disturbo alcuno. Le cose si complicarono quando avveniva una sovrapposizione di coppia nell’utilizzo del bilocale, generando anche dei serrati litigi che obbligarono gli abitanti del condominio ad invocare l’intervento dell’amministratore affinché emettesse ordine di sfratto agli affittuari i quali, per gioco-forza, furono costretti a riprendere la strada, sia pur vecchia, del consueto Cadorna.
Volevamo, in quegli anni, cambiare tutto, rendere perfetto il mondo, con piglio energico e con fiduciosa illusione, ma queste, purtroppo, erano entrambe risorse tipiche della giovinezza perché, consapevoli che il futuro fosse davanti a noi, eravamo assatanati dalla voglia di non aspettarlo, ma di costruirlo andando incontro, tuttavia, a delle magre colossali.