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NARRATIVA - Opere premiate
Concorso Letterario "Versi & Prosa"
III Edizione 2009
NARRATIVA - Opere premiate
“E nulla più” – Alessandro Corsi (Livorno)
Il bambino fu abbandonato in un’ora morta del giorno da una madre che era troppo giovane, immatura ed egoista per occuparsi di lui. Per il padre era stato soltanto un attimo di piacere e nulla più.
Fu depositato con malagrazia nei pressi di un cassonetto, dentro un cestino di vimini alquanto malridotto, dagli occupanti di un’automobile che subito fuggì rapida come il vento.
Il bambino rimase in perfetta solitudine a sorridere al cielo azzurro del ferragosto, carezzato da una lievissima brezza profumata d’estate e di voglia d’evasione. Ciangottava agitando le braccia e le gambe, con il volto atteggiato in un’espressione da vecchio saggio ridente di una sere= nità sconosciuta ai più.
Furono le rondini, le sue uniche compagne. I loro garriti furono una ninna-nanna che non lo fecero addormentare lungo le ore della sua ago= nia.
Nel lentissimo, quasi allucinato fluire delle ore, il sole del mezzo= giorno declinò in quello del tramonto per andarsene a morire all’oriz= zonte in una gloria di luce. Gli occhi del bambino si colmarono d’una meraviglia infinita, dimenticando così il bisogno di poppare.
Alla fine giunsero le stelle, appese ad un manto di tenebre perfette anche se pervase di luce. Solo allora il piccolo si addormentò, con nel cuore una tale poesia che nemmeno il più grande dei poeti avrebbe po= tuto sperare di comprendere appieno. Sarebbe stata vana follia tentare di descriverla.
Si svegliò quando l’alba tornò a graffiare il cielo con l’assoluta pre= potenza di un giorno senza accenni di nubi. Il bambino si guardò attorno senza comprendere che la sua minuscola vita si andava spengendo nel caldo, nella sete e nella fame. Comunque non avrebbe avuto parole, per dire tutto ciò. Ed i suoi pensieri erano vaghe, dolcissime sensazioni.
Le sue manine si agitarono, in sincronia con le gambe, nel fulgore del sole sempre più alto ed ardente. I movimenti si facevano a mano a mano più brevi, più stanchi. I suoi occhi guardarono ancora una volta l’azzurro con le sue rondini, cercando di capire cosa fosse tutto ciò. In= tanto le sue labbra sorridevano al vento profumato d’estate e di voglia d’evasione, con la speranza che portasse loro quel latte indispensabile per rimanere nel tempo del mondo. Là dove altri lo avevano chiamato senza che lui nulla avesse chiesto. Poi chiuse gli occhi per non vivere più,senza comprendere quanto gli stava accadendo.
Sul volto, però, aveva ancora un sorriso. E gli arti erano abbandonati in una dolcezza che un adulto non avrebbe mai conosciuto, o potuto im= maginare.
Fu trovato qualche ora dopo da alcuni addetti della nettezza urbana, patetico fagottino di carne chiamato all’esistenza per una ragazzata e subito lasciato nel cuore della morte.
“Donne in Fuga” – Stefano Borghi (Cassina de’ Pecchi – Milano)
Non aveva ancora chiuso la portiera, che il furgone era già partito. Ramla strinse a sé la piccola, in un istintivo gesto di protezione, badando a coprirla bene. Le notti africane sono fredde. Il conducente, un uomo di mezza età, brontolò qualcosa allungandole una sigaretta. La ragazza scosse la testa per dire no. senza rispondere.
L'uomo se n'accese una, buttando di tanto in tanto la cenere sul pavimento del mezzo; poi, da una sacca, tirò fuori una piccola fiasca tirando un lungo sorso di un qualche liquore, lasciandosi andare ad un rumoroso apprezzamento.
Ramla tentò di aprire un poco il finestrino, per fare uscire il fumo, ma era bloccato; pensò di chiedere aiuto all'uomo, ma non lo fece.
Il camion sobbalzava, la piccola dormiva, incurante di tutto ciò che stava accadendo; le bastava il
contatto con la sua mamma, per essere tranquilla.
Ramla fissava fuori dal finestrino, ma non riusciva a vedere nulla.
Non c'erano né luci né luna, non aveva la minima idea di dove si trovavano in quel momento: qualche albero appariva improvviso, come un fantasma. La strada, sterrata e monotona, illuminata dal chiarore dei fari del furgone, era l'unica cosa che poteva vedere. L'uomo al suo fianco, sporco e indifferente, era il mezzo per raggiungere la salvezza.
Ramla aveva diciotto anni e una bambina di tre mesi e stava fuggendo dal suo villaggio.
Il parto era stato tremendo, aveva impiegato oltre un mese per riprendersi completamente, e già
nella sua famiglia parlavano di doverlo rifare.
"Non sta bene che le donne vadano in giro così. Appena possibile, prenderemo ago e filo e ti ricuciremo."
Ramla a quelle parole si era ritirata nella sua stanza in preda a un brivido.
Era ancora incredibilmente vivo il ricordo di quello che le avevano fatto anni prima.
Ricordava che sua nonna e i familiari dell'uomo con cui un giorno avrebbe dovuto sposarsi, premevano per chiuderla. Suo padre era ansioso: se il matrimonio fosse andato in porto, per lui sarebbe stato un buon affare.
Ramla era bella, il pretendente di buona famiglia: l'avrebbero pagata bene.
Lei non sapeva se era giusto. Aveva sentito storie terribili, e aveva avuto la sfacciataggine di
chiedere informazioni ad alcuni missionari che passavano ogni tanto di lì. Era rimasta sorpresa di
sapere che ci sono posti dove uno può decidere della sua vita.
"Anche se nasci femmina?" chiese, sgranando gli occhi.
Quando raccontò in casa quello che le avevano detto fu punita.
Le sue compagne la evitavano, aveva già dodici anni, era una delle poche a non averlo fatto; alcuni assicuravano che era l'unica dell'intero villaggio a non essersi sottoposta al rito. Alcune sue amiche glielo avevano detto:"Devi farci vedere, se vuoi che stiamo con te; dobbiamo sapere se sei aperta, come una puttana,oppure sei come noi"
Accadde una sera; rientrando a casali tavolo al centro della stanza era sgombro e illuminato da molte lampade. Prima che potesse dire o fare qualsiasi cosa, si ritrovò su quel tavolo, nuda a gambe aperte.Erano in quattro a tenerla, altri guardavano; sua madre uscì, incurante dei suoi richiami. Fecero quello che dovevano fare, avevano una forbice e un coltello. Le asportarono clitoride e piccole labbra.
Provò un dolore terribile. Poi sentì una che diceva: "Prendi l'ago, dobbiamo chiuderla". Quando tutto fu terminato si sentì sfinita. Con un panno le asciugarono il corpo e cosparsero la ferita con una sostanza giallastra; poi con una corda le legarono le gambe.
Il giorno dopo fu fatta festa. Il padre uccise una capra e furono preparate diverse pietanze.
Le sue amiche vennero a farle visita, le dissero che era stata fortunata, perché era stata chiusa con
del filo. "Una mia conoscente è stata chiusa con le spine di rovo" disse una.
Mentre gli ospiti mangiavano e ballavano nei loro vestiti multicolorijei restò nella capanna, perché
aveva bisogno di urinare e il farlo le provocava dolori terribili.
Restò con le gambe legate per dieci giorni,quando tutto fu terminato le dissero che adesso era una vera donna. Che solo suo marito, un giorno, l'avrebbe aperta. Le dissero che non poteva correre. "Ce' pericolo che ti strappi, capisci?"
Ramla non capiva e il ricordo di quel dolore la inseguì per molti notti, raggiungendola sempre. Sua madre che se ne andava, voltandole le spalle, il sangue, le corde che le serravano le gambe costringendola a strisciare.
Ramla non capiva la nonna che, alla vista della nipotina appena nata, parlava del tempo a venire e di quando avrebbero chiuso anche lei.
L'orizzonte cominciava a schiarire.
Il furgone aveva smesso di sobbalzare e la sua andatura era decisamente più regolare.il conducente cantava, un po' per tenersi sveglio, un po' perché era ubriaco.Puzzava di sudore e d'alcol, c'era odore di fumo di sigaretta e il pavimento era sporco di cenere e mozziconi. Il suo villaggio era lontano una notte e forse lo sarebbero stati anche i suoi incubi. Strinse il bigliettino che le aveva dato il missionario. Conteneva un indirizzo, un nome e una speranza. Il furgone fermò la sua corsa. Lei ringraziò e scese.
La bambina reclamava, aveva fame; Ramla si mise seduta e le offrì il seno.
Mentre la bimba poppava si guardò in giro, pensando a come sarebbe cambiata la sua vita.
Strinse a sé la sua bimba, cantilenando una vecchia canzone.La bambina, sentendo la sua voce,
sorrise.
Ramla la guardò con dolcezza: "Sorridi, piccola mia: la mamma ti porta in un posto nuovo. Adesso siamo donne in fuga."
“Bassey il Madonnaro” – Michele Pettinato (Noci – Bari)
Il giovane Bassey fu il primo a intravedere le luci del porto di Gela in una notte di fine estate. “Benvenuti in Sicilia, benvenuti in Italia” – disse una giovane infermiera ad una mamma di colore che stringeva tra le coperte il suo bambino addormentato. Bassey aveva speso tutto per quel viaggio disumano ma adesso temeva di essere rispedito a casa, come un semplice clandestino che aveva violato le leggi internazionali. La notte successiva, nel centro di accoglienza, non chiuse occhio. Anzi, pianse di rabbia e di nostalgia. Pensò ai suoi genitori in Nigeria, alla piccola sorellina da crescere, al sogno di un lavoro che finalmente avrebbe messo le cose a posto. Poi, il silenzio della notte fu interrotto da un grande fragore, come quello di una bomba caduta all’improvviso. I clandestini conoscevano bene quel suono, nelle loro terre martoriate la guerra entrava nelle case annunciando morte e distruzione. Ma nella stanza entrò immediatamente una suora a tranquillizzare tutti. “State buoni, sono solo fuochi d’artificio, oggi è festa a Gela, si festeggia la Madonna dell’Alemanna, la madre di Cristo che vi ha protetto per tutto il viaggio”.
Bassey era musulmano ma nonostante questo voleva vedere il volto di quella donna del cielo che aveva reso meno burrascosa la traversata del mediterraneo. Decise così di scappare. La notte successiva, a piedi scalzi, scivolò lungo l’enorme stanzone dove tutti dormivano, aprì la porta e poi la finestra del corridoio. Saltò sulla strada e corse fino al centro di Gela, tra luminarie spente e bancarelle dove dormivano gli ambulanti di colore in mezzo a borse ed occhiali falsi. Si fermò solo quando incontrò il volto della Madonna disegnato sulla strada. Poco più in là, seduto su un marciapiede, c’era un uomo che contava gli spiccioli guadagnati la sera prima. “Ti piace? – disse l’uomo a Bassey – mi chiamo Giuseppe, ricordati che non è mai tardi per lasciare un soldo ad un bravo madonnaro”. Bassey conosceva qualche parola in italiano. Rispose facendo una richiesta. “Se vuoi, posso aiutarti a raccogliere i soldi”. Il madonnaro, nato nella vicina città di Niscemi, accettò subito quella proposta. La sera successiva si sarebbe conclusa la festa patronale e molte persone sarebbero giunte per lasciare una monetina su quel volto Santo. Mangiarono assieme e poi attesero che si accendessero le luminarie. La gente seguì la processione della Vergine e subito dopo circondò il madonnaro che con i gessi riprendeva i colori e le linee fatte il giorno prima. Bassey fu un ottimo assistente. Raccolse le monetine lasciate dai fedeli e le consegnò al principale. “Sei stato bravo, ma adesso cosa farai? Vuoi seguirmi?” Bassey accettò pur sapendo che da clandestino avrebbero potuto beccarlo in qualsiasi luogo. “Ma dai – disse Giuseppe – non ti prenderanno mai. E poi, noi artisti siamo una specie protetta”. Cominciò ,così, un viaggio in tutte le piazze siciliane dove si festeggiava un Santo Patrono. Bassey raccoglieva i soldi mentre Giuseppe disegnava sull’asfalto il volto del Santo di turno. “Strana la vostra religione – disse un giorno Bassey a Giuseppe – il vostro Dio si rispecchia in queste figure umane che tu disegni per terra. Per noi invece esiste solo Allah e Maometto è il suo profeta”. Giuseppe si rialzò da terra con le dita sporche di gesso e guardò negli occhi Bassey . “Su questa terra siamo tutti neve al sole – disse. L’amore è l’unica cosa che ci rende eterni, caro amico, le nostre stesse opere sono destinate a perire se non le amiamo profondamente. Queste figure che disegno per terra scompariranno alla prima pioggia ma il loro ricordo rimane sempre dentro noi”. Bassey cominciò ad amare quel lavoro, iniziò a colorare alcune parti delle figure sacre, imparò a riconoscere e rispettare i simboli dell’iconografia cristiana, pur essendo un musulmano praticante. Quando calava la sera, infatti, si appartava e pregava Allah per la sua famiglia in Nigeria. Al tempo stesso, ringraziava il Dio Cristiano per avergli dato un lavoro che lo aveva salvato da un rimpatrio sicuro. Un giorno riuscì a parlare al telefono con sua madre. Gli disse che suo cugino era giunto a Napoli e faceva il venditore ambulante. Gli consigliò di raggiungerlo perché quello poteva essere un lavoro sicuro. Giuseppe il madonnaro comprese immediatamente. “Non preoccuparti, puoi partire quando vuoi, il nostro lavoro ricomincia a primavera”. Si lasciarono tra le lacrime, con la promessa di rivedersi per la nuova stagione di feste. Il ragazzo giunse a Napoli ed incontrò suo cugino in un freddo giorno d’inverno. Lavorò per alcuni mesi ma poi ci fu un blitz della polizia contro gli ambulanti di colore. Bassey fu arrestato e condotto in questura. L’avrebbero rispedito a casa il giorno dopo ma quella notte fuggì di nuovo e si rifugiò nei vicoli bui della città vecchia, al freddo di una panchina in pietra vicino il convento di San Lorenzo Maggiore. Per qualche giorno vagò in cerca di cibo, sognando di incontrare Giuseppe, magari in un vico a disegnare qualche Santo. Alla stazione finalmente trovò un lavoro. “Incontrerai tanti connazionali – disse un uomo – lavorerai all’aria aperta e sarai pagato bene”. Bassey cominciò a raccogliere pomodori nel tavoliere delle Puglie. La sera rientrava sfinito nella baracca dove donne e uomini di colore vivevano privati della loro stessa intimità. Ma un giorno cominciarono le percosse. Bassey aveva chiesto i soldi che gli spettavano ma ricevette in cambio un calcio nello stomaco ed un pugno in faccia. Da quel giorno il pestaggio divenne una ricorrenza quotidiana. La violenza privò anche l’ultimo soffio di vita. Con la faccia sporca di sangue Bassey si trascinò di notte in mezzo ai campi dove aveva lavorato fino a qualche ora prima ed i suoi occhi si chiusero per sempre dinanzi al cielo stellato di Puglia. Giuseppe il madonnaro apprese la notizia il giorno dopo dai giornali. Dalla valigia tirò fuori i gessi colorati e sulla piazza di Niscemi cominciò a disegnare il viso materno di una Madonna, con gli occhi colmi di umanità e amore. Nel suo grembo cullava una gemma, il volto di un bambino di colore che dormiva e che ,tra non molto, si sarebbe risvegliato per un nuovo giorno.
“Somari” – Vittorio Venturi (Modena)
Biondino aveva sempre sentito, fin da quando era molto piccolo, che quando qualcuno capisce poco, non impara le cose e rimane molto ignorante, i grandi dicono: è proprio un somaro! Anche a scuola si dice che i bambini che non studiano, non fanno i compiti e non sanno mai rispondere alle domande della maestra, sono asini.
Biondino non aveva mai visto da vicino un asino vero, e non aveva neanche voglia di vederlo, perché con tutto quello che aveva sentito pensava che si trattasse di una bestiaccia veramente tonta.
Per questo ci rimase male, quando alla fiera del paese dove stava trascorrendo le vacanze estive, di asini ne incontrò cinque in una volta sola. Erano stati portati lì per i bambini: avevano la sella e le briglie per poterci salire in groppa e fare il giro del paese. “Ma guarda che roba!” pensò il nostro amico un po’ indispettito. “Con tutti i bellissimi cavalli che ci sono al maneggio, intelligenti, eleganti, maestosi, ci portano cinque stupidi somari! Bel divertimento per noi bambini!”
Così brontolava Biondino, ma c’era poco da fare: gli asinelli (erano anche piccoli, oltre tutto) stavano lì a testa bassa ad aspettare, con le orecchione un po’ mogie. Forse capivano che i bimbi erano un pò delusi.
Biondino, che comunque era un tipo impaziente, ruppe gli indugi e salì in groppa al primo somaro della fila. Così fecero anche altri bambini e il gruppo partì a passo lento. Fatti neanche venti metri, sentì una voce gentile che gli chiese: “Posso sapere il nome del bambino che porto sulla schiena?” Biondino fece un salto sulla sella e solo per miracolo non volò a terra come una pera cotta. Il somaro aveva parlato!! Ci mise un po' a riprendersi, prima di riuscire a balbettare: “Mmmm...i ch,,,,ia...m...o Bi…Bio…Bion…Biondino, ma tu…voi…insomma…com'è che.....”
“Vuoi dire com’è che sappiamo parlare la vostra lingua? Beh, è molto semplice. Noi somari siamo piuttosto intelligenti e impariamo in fretta, anche se gli uomini ci hanno appioppato la fama di animali ignoranti. Quasi tutti gli asini hanno imparato a capire la vostra lingua e qualcuno addirittura a parlarla. E' un grande segreto, che ogni tanto sveliamo solo ai bambini, ma non a tutti, solo a quelli di cui ci possiamo fidare. Infatti, un'altra cosa che noi asini abbiamo imparato è a riconoscere i nostri amici, quelli che non tradiranno mai il nostro segreto. I bambini più in gamba ci possono riuscire. I grandi no. Di loro non ci fidiamo. Sono troppo egoisti e chissà cosa farebbero, pur di avere un somaro parlante! Poi ci hanno sempre trattato come animali umili e poveri, buoni solo per i lavori più faticosi. Lasciamo pure che continuino a pensare così, a vederci come parenti brutti e goffi dei cugini cavalli, che tutti considerano animali belli, fieri, amici fidati dell’uomo.
Per questo gli uomini hanno sempre scelto i cavalli come compagni per imprese importanti (secondo loro) come fare la guerra e conquistare nuove terre. E tanti cavalli, poveretti, in queste imprese sono morti o rimasti feriti.
Di questo noi somari non siamo certo invidiosi. Per noi sono importanti altre cose.
La pazienza, prima di tutto, perché io e i miei amici passeremo la giornata a portare i bambini a passeggio, sempre lo stesso giro, con tanti di voi che non sono così gentili, ci tirano la coda e la criniera, ci urlano nelle orecchie, ci spingono anche quando siamo stanchi e verremmo riposare un minuto.
Poi abbiamo costanza: partiamo con il nostro passo lento e non ci fermiamo mai. Per questo siamo compagni fedeli di tante avventure e arriviamo sempre alla meta.
Siamo forti: ci puoi caricare in groppa un carico pesante e noi lo portiamo finchè c’è bisogno.
Sappiamo che ci vuole prudenza, quindi camminiamo solo su sentieri sicuri. Se sentiamo il pericolo, ci fermiamo.
Siamo lenti e calmi, due qualità necessarie a chi vuole fare tanta strada. Non serve agitarsi e imbizzarrirsi se c’è qualcosa che non va. Poi qualcuno potrebbe farsi male. Noi somari preferiamo stare fermi finchè il problema non è stato risolto. Non siamo testardi: quella fama se la sono guadagnata gli altri nostri cugini, i muli. No, siamo solo attenti: per questo portiamo in giro i bambini. Con noi c’è da fidarsi. Siamo animali pacifici e tranquilli”.
Biondino era a bocca aperta e non riusciva più a parlare. Stava imparando dai somari cose che nessuno gli aveva mai detto e che, lo sentiva, erano importanti nella vita. Da allora Biondino non perde occasione per spiegare a tutti che gli asini sono animali saggi e sapienti, mentre lo stesso non si può dire di molti esseri umani. Ogni volta che sente qualcuno dire a un altro: “Sei un asino!” non può fare a meno di commentare, con un sorriso furbetto: “Guarda che non gli stai mica dicendo qualcosa di brutto, gli stai facendo un bel complimento!”