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NARRATIVA GIOVANI - Opere premiate

Concorso letterario “Versi & Prosa”
II Edizione 2008

 

NARRATIVA GIOVANI – Opere premiate

 

1° classificato: GAGLIO AGNESE – Livorno – “L’ultimo spettacolo”

L’ULTIMO SPETTACOLO

Indossai il mio cappotto e mi inoltrai nella notte dopo aver lasciato quel teatro situato in una strada poco frequentata. Faceva freddo ma la mia anima scoppiettante di emozioni, mi teneva compagnia facendomi dimenticare quella gelida brezza che smuoveva i miei lunghi capelli corvini. Avevo deciso di recarmi là a piedi per assistere all’ultimo spettacolo prima di abbandonare forse per sempre quella città affacciata sul mare; volevo lasciare quel posto pieno di ricordi, che tanto mi aveva regalato ma che ora mi condannava ad un’esistenza fatta di sofferenza e lacrime che troppe volte ho cercato di trattenere, senza però riuscirci. A volte rimaniamo sorpresi nello scoprire come le persone che ci stanno intorno in realtà sono diverse da come ce le eravamo immaginate, ma mai avrei pensato di non conoscere me stessa. Una donna forte e ambiziosa che si scopre così fragile, un’anima persa che non ha il coraggio di affrontare questa difficoltà e preferisce fuggire sperando un giorno di ritrovare la pace. Ricordo quando ho incrociato la prima volta i tuoi occhi. Era da poco terminata l’estate e nel mio piccolo ed afoso ufficio non c’era molto da sbrigare, così ebbi il permesso di poter uscire prima del tempo. Quella sera nel piccolo teatro che stava proprio davanti al mio posto di lavoro davano un nuovo spettacolo ed approfittando della mia uscita anticipata, decisi di andare a vederlo. Avevo sempre adorato Baricco, e molto entusiasta occupai uno dei primi posti per godermi al meglio la commedia. E ti vidi. Incrociai il tuo sguardo, attimi di adrenalina, un eccitante senso di tepore invase il mio cuore fin dalle prime battute e mi accompagnò sino alla fine del dramma. Una volta a casa mi sentii così strana, non riuscivo a prendere sonno e per quanto cercassi di ingannare me stessa, in realtà ero ben cosciente che tutto ciò che mi stava succedendo non dipendeva dalla meravigliosa opera a cui avevo assistito, ma da qualcosa di più profondo che con inspiegabile velocità mi aveva rapito il cuore e la mente: i tuoi occhi scuri come una notte senza stelle avevano trafitto le mie difese, solo uno sguardo per distruggere le mie sicurezze nel rendermi conto che mi ero già innamorata di te. Che sciocca penserai, eppure non riuscivo a togliermi dalla testa il tuo volto oscurato da un ricciolo ribelle, le tue mani prestate quella sera ad un pianista, il tuo corpo che soavemente pareva danzare sul palco. Desideravo essere completamente tua, saziarmi del tuo miele e abbandonarmi fra le tue braccia, oh mia dolce musa, che in me ispiravi solo pure Amore. Sono tornata per vederti tutte le sere, ed ogni volta sentivo un’esplosione in me , mille parole che sono rimaste mute, soffocate dalla paura di sentirmi rifiutata ancora, anche se stavolta c’era qualcosa di diverso. Cupido ha scelto per me anche se io non so chi sei, non so cosa fai la domenica, qual è il tuo colore preferito, a chi racconti le tue pene e non credere che io abbia perso la ragione, non pensare che provi questa attrazione per l’uomo che impersonavi sopra quel palco; io ho visto la tua anima, ho letto nei tuoi occhi la tua identità ed il mio cuore batte per la persona che sta dietro quella maschera. Ricordi quella volta al parcheggio? Avevi dei problemi con l’auto così hai chiesto aiuto ad una ragazza che stava tornando a lavoro dalla pausa pranzo, nella speranza che ti indicasse un meccanico vicino. Quella ragazza chiusa in un maglioncino verde acqua ero io, che da imbranata non seppi darti aiuto così borbottai alcune insensate parole e corsi via, mentre il mio volto si colorava di un rosso intenso dovuto ad un imbarazzo mai provato. Cosa era successo a quella donna così sicura di sé? Durante una delle mie tanti notti dove Morfeo pareva essersi dimenticato di me, presi la decisione di raccontarti tutto e di dare voce a quelle emozioni da troppo tempo taciute, dovevo farti sapere mio dolce cavaliere che c’era una fanciulla che fremeva per te. Ieri sera ti ho aspettato e quando sei uscito, parevi circondato da un alone di magia tanta era la luce che per me emanavi. Mi sono avvicinata ma prima che potessi proferire parola, una ragazzina entusiasta è corsa da te per chiederti per quanto ancora saresti rimasto. Qualcosa a quel punto è cambiato nel sentirti dire che quello della sera successiva sarebbe stato il tuo ultimo spettacolo prima di aprire una compagnia di recitazione, in quella città, per poter insegnare ai bambini, il tuo sogno di tutta una vita. Mi è bastato questo, e sono corsa via, ancora una volta. La paura è stata più forte di me, ho perso la mia battaglia; mi ero fatta forza nel pensare che se anche tu mi avessi rifiutato, comunque sia te ne saresti andato, lontano da me e dal mio cuore ma mi ritrovo ad essere io quella che si arrende e che decide di fuggire. Ti scrivo queste righe perché dentro di me spero sia un modo per esorcizzare il vortice che ancora mi invade e che profuma di te. Tu non saprai mai chi sono, e io non saprò mai il motivo che mi porta a provare tutto questo per uno sconosciuto. Conserverò di te solo il ricordo del tuo ultimo spettacolo, l’ultimo della tua carriera, l’ultimo prima di dirti addio. Adesso è ora che vada, il treno mi aspetta, ma non prima di aver gettato questo pezzo di carta che contiene il mio cuore ferito per un amore mai vissuto, che chissà, forse un giorno riuscirò a dimenticare. Tua, Bianca.

 

2° classificato: PIETROBON LISA – Castelfranco Veneto (Treviso) – “Quello che non puoi ricordare”


QUELLO CHE NON PUOI RICORDARE

Ricordi?
Quand’eravamo ragazzi, a volte, prendevamo la bici, la domenica pomeriggio, e andavamo a infilarci su per ripide stradine di montagna in cerca del posto perfetto da cui guardare il panorama della valle senza trovarlo mai. Ci fermavamo ad un certo punto della nostra biciclettata vinti dal caldo e dalla fatica e tu dicevi “Facciamo una pausa”.  Tiravi fuori dalla tasche un pezzo di fumo e con l’accendino davi inizio alla scrematura, poi, con mani sapienti, ribaltavi il tutto in una Smoking Gold farcita con la mista e il filtro che, nel frattempo, io preparavo. Tu mi mostravi ammirato un panorama che non c’era ma che a noi, ugualmente, sembrava bellissimo, vuoi per la stanchezza, vuoi per l’immaginazione che andava a rimpiazzare l’effettiva mancanza di un belvedere, vuoi per l’hascisc che, volenti o nolenti, non tardava a fare il suo effetto e a rapire, a piccole dosi, le nostre menti.
Ricordi, vero? Sono certo di si.
Ci sono state milioni di volte in cui il tuo sguardo si soffermava fisso su qualcosa e io ero convinto di leggervi i tuoi pensieri, chiari come in un foglio di carta scritto in stampatello a caratteri grandi.
Quelle volte che tu, d’estate, arrivavi sotto casa mia e sghignandoti, mi mostravi l’alone di sudore sotto l’ascella, testimone di una giornata di fatica, fiero come il guerriero che porta al villaggio gli scalpi dei nemici. Quelle volte eri il migliore.
Io ricordo anche di quando ti alzavi e prendevi a cantare dimenandoti nel mezzo dei nostri amici senza metterci molto a contagiarli con la tua dilagante allegria. Trascinavi le persone attorno a te nella spirale psichedelica e affascinante dei tuoi pensieri senza nemmeno immaginare il fascino che esercitavi.
Sono sicuro che anche tu te le ricordi queste cose.
Ricordo così tanto di te, di noi, che potrei riempire un libro con le tue storie.

Quand’ero più giovane ogni tanto prendevo la bici e venivo a trovarti, sfidando il sole cocente d’agosto o le intemperie invernali, macinando i tre o quattro chilometri che ci separavano.
Avevo sempre molta voglia di stare assieme e raccontarti qualcosa anche se non potevi rispondere.
Lasciavo la bicicletta fuori dal cancello e mi avviavo verso il tuo posto, mi sedevo lì accanto e tra una sigaretta e l’altra, una birra e l’altra e talvolta anche tra una canna e l’altra, stavo a farti compagnia per qualche ora. Quasi sempre facevo scivolare qualche foglio di carta con scritti alcuni pensieri nel vaso accanto ai fiori e mi sentivo un po’ meglio allontanandomi per  tornare a casa.
Presa la bici e iniziata la pedalata una canzone mi martellava la testa e rimbalzava da una parte all’altra del cervello, inghiottendomi. Sempre. Ogni volta che me ne andavo da te.

So, so you think you can tell Heaven from Hell, blue skies from pain. Can you tell a green field from a cold steel rail? A smile from a veil?
Do you think you can tell? And did they get you trade your heroes for ghosts?
Hot ashes for trees? Hot air for a cool breeze?
Cold comfort for change? And did you exchange
a walk on part in the war for a lead role in a cage? How I wish, how I wish you were here. We're just two lost souls swimming in a fish bowl, year after year,
running over the same old ground. What have we found? The same old fears,
wish you were here.

Questi versi mi martellavano il cervello e mi rendevano faticosa la pedalata. Le lacrime mi toglievano la vista e la lucidità e il respiro si faceva affannoso.
E’ che tu questo non te lo puoi ricordare. Non lo puoi ricordare perché te ne eri già andato. Questo non lo sai. Tu non la conoscevi nemmeno la strada che facevo per venirti a trovare. Non la conoscevi nemmeno la strada per il camposanto.

 

3° classificato: LONGO DAVIDE – Empoli (Firenze) – “Scacchi”


SCACCHI

..il colore dei pezzi non ha più importanza a questo punto del gioco, il bianco ed il nero hanno smarrito entrambi l'iniziativa. Ho studiato le tue mosse, ho letto nei tuoi pensieri. Ho le mie strategie da seguire e da distruggere, solo per confonderti. Nessun punto di riferimento su questa scacchiera, se non l'alternarsi delle caselle. I miei pedoni hanno lentamente invaso il tuo spazio, e non senza vittime. Le mie difese sono ancora ben posizionate, il Re non corre nessun rischio per il momento, ma la tua imprevedibilità mi ha già colpito più volte, e non posso mai sentirmi al sicuro. Muovo lentamente, ma solo nei miei pensieri. Devo riflettere bene prima di azzardare qualsiasi mossa. L'alfiere bianco è pronto a colpire. Adoro l'alfiere, si muove silenziosamente, è cinico, non mi tradisce mai. Confondo il gioco con la guerra, la mia guerra contro di te, al di là di questa vecchia scacchiera, al di là di questo tavolo che ci separa. Giocano le mani, e mentre io penso, il tempo scorre inesorabile con tutta la sua pressione. Tu fingi di attendere, ma hai già sfogliato i petali del tuo fiore, sempre fatali, uno per ogni alternativa che io ho a disposizione. Come posso superare le tue barriere..? Guardarti negli occhi è inutile, sai solo distrarmi. Allora osservo attentamente cosa sta succedendo, e cerco di mettere insieme due o tre ipotesi. Ma sono proprio sicuro di volere questa guerra..? Sono proprio sicuro di voler portare a termine questa lotta..? Tornare indietro è da vigliacchi, il mio orgoglio non me lo perdonerebbe mai. Sfrutto i secondi fino all'ultimo, spazzando via i dubbi. Mi resta un solo Cavallo, e sta rischiando tantissimo la vita. Proprio come me. La staticità ha stregato il gioco, l'ha trasformato. Nessuno più adesso sta giocando, lo si capisce dalla tensione, e dalle mani che tremano. Sono costretto a fare una mossa. Questa è la vera rivelazione di tutto ciò. L'immobilità non è prevista, ed io questa cosa proprio non la so affrontare. Respiro lentamente cercando di fingere un'insolita sicurezza, muovo la mano, le mie dita sfiorano la regina, il pezzo più alto, il più pericoloso, ci guardiamo negli occhi, ma poi le dita passano oltre. La Torre è troppo banale da muovere, e non posso scadere nell'ovvietà. Ma questa guerra deve pur giungere ad una conclusione, e certo la sconfitta non rientra tra i miei piani. Sensazioni che lambiscono il panico, voglio uscire da questa gabbia invisibile. Inizio ad odiarti, potrei ucciderti piuttosto che cedere, anzi, ucciderti, a volte, è quello che vorrei. Pausa. Ci siamo, il tempo è scaduto, devo agire. Prendo il bicchiere che è qui sul tavolo, rovescio il liquido scuro sui miei pezzi, quasi come per benedirli, e poi lo lascio cadere per terra, attendendo solo il rumore del vetro che si frantumerà. Mi alzo in piedi, e mentre mi allontano, ti dico lentamente: alfiere nero in C6, scacco matto al Re. Fine. La tua fine, la fine di questa partita, la fine di questa guerra, la fine della mia guerra contro di te. Sto uscendo dalla stanza, e dallo specchio che ho di fronte, alle mie spalle, non vedo altro che un tavolino vuoto con una vecchia scacchiera bagnata, e gocce scure di liquido informe che cadono per terra. Nessun avversario, ho sempre giocato contro me stesso, e, adesso, non capisco più se sono un vinto o un vincitore.