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NARRATIVA ADULTI - Opere premiate

Concorso letterario “Versi & Prosa”
II Edizione 2008

 

NARRATIVA ADULTI – Opere premiate

 

1° classificato: BORGHI STEFANO – Cassina de Pecchi (Milano) – “Farfalle”


FARFALLE 

“Guarda che spettacolo” dice Chenda, posando il secchio colmo di pesce ancora guizzante pescato al fiume.
Mentre guarda all’insù si leva il copricapo e con un fazzoletto rosso si asciuga il sudore.
Il cielo è pieno di farfalle.
Non sono certo una rarità da queste parti, ma in questa stagione diventano migliaia.

Chenda è mia sorella; mi metto al suo fianco e osservo anch’io. Il cielo è oscurato da una miriade di puntini colorati, ce ne sono davvero tante e di tutti i colori.
Grosse farfalle Monarca dalle ali arancio e nero ricoprono completamente alberi di Jacaranda e i loro fiori color lavanda per deporre le uova; altre, più piccole e color turchese, volano radenti ai prati, in un movimento irregolare e incessante.
Ve ne sono alcune enormi, con trame gialle che spiccano sulle grandi ali.
Non è la prima volta che vedo uno spettacolo così, ma non posso fare a meno di restarne rapito e, anche se il sole picchia forte e il caldo umido che genera ti appiccica i vestiti alla pelle, resto volentieri immobile, a farmi cuocere il cervello in mezzo al sentiero che non ha riparo dal sole, pur di osservare questa meraviglia.

Chenda guarda senza dire una parola, poi riprende il suo carico e si rimette in marcia con la testa bassa.
Mi metto in marcia anch’io senza dire nulla, non sarebbe il momento; so a cosa pensa Chenda.
Pensa a Sov, il suo bimbo, mio nipote, scomparso a soli sei anni.


Sov era quel che si dice un bel bambino. Sorriso che ti compra e occhi che sanno farsi perdonare qualsiasi cosa.
Aveva solo sei anni quando accade il fatto ed era un giorno come questo.
Uno di quei giorni dove in cielo ci sono milioni di farfalle.

Sov aveva un’autentica passione per le farfalle; ne aveva fatte a decine, ritagliandole da fogli di carta colorata, e le aveva appese vicino al suo letto.
Uno dei suoi passatempi preferiti era rincorrerle.
Correva per ore e come facessero quelle sue gambette esili come stuzzicadenti a sorreggerlo per così tanto tempo era un mistero.
Aveva imparato a stare fermo immobile, in mezzo ai fiori; anzi, ne raccoglieva alcuni e le farfalle finivano per posarsi su di lui. Gli camminavano sulle braccia, sul volto, solleticandolo con le loro zampette. Quando accadeva era il bambino più felice del mondo e alla sera non faceva altro che raccontare ai suoi genitori e al fratello quante farfalle aveva avuto addosso e come le aveva chiamate.
Era incredibile, Sov.

Per quanto le desiderasse, si limitava a catturarle con un retino e osservarle, per poi lasciarle andare.
Il nonno gli aveva spiegato che, se avesse toccato le ali, le avrebbe danneggiate irrimediabilmente e
sarebbero potute morire.
Il piccolo si guardava bene dal farlo.
La farfalla che trovò in un prato quel giorno, però, era a terra, come morta; non si muoveva, non volava. Probabilmente il bimbo pensò di prenderla per vedere se poteva fare qualcosa per lei.

Sov non sapeva, non poteva sapere, che quella che aveva tra le mani era una mina.
Ve ne sono moltissime da noi, e molte sono fatte a forma di farfalla; alcuni modelli sono persino colorati.
Vengono lanciate dagli aerei e planano ovunque.
Gli adulti e i ragazzi più grandi non ci cascano più e le evitano, ma i bambini più piccoli…
Non scoppiano subito, nella maggior parte dei casi bisogna raccoglierle e muovere le ali.
Alcuni riescono persino a portarsele a casa o mostrarle ad altri bimbi.

Sov  non la mostrò a nessuno: la tenne per sé, e mosse quelle ali.
Probabilmente voleva aiutarla a volare, voleva vederla prendere vita.

Ma non ci fu nulla da fare, né per lui, né per la farfalla.

Ero poco distante quando lo scoppio mi fece saltare il cuore in gola.
In pochi secondi raggiunsi Sov, che si trovava a terra, immobile, avvolto in una nuvola di fumo.
Non aveva più le mani e metà del suo bel viso si era dissolto in una macchia di sangue.
Guardava il cielo dall’unico occhio rimasto e non diceva niente, non si lamentava, non piangeva.
Non lo fece nemmeno quando lo caricammo sul camion, che sobbalzava paurosamente ad ogni buca, sballottandolo qua e là, per una corsa che pareva non avere fine.
Arrivò all’ospedale in condizioni disperate e, quando sua madre parlando e piangendo gli chiese se sentiva male e cosa poteva fare per lui, l’unica cosa che riuscimmo a capire del suo delirio fu la parola farfalla.
Morì poco dopo.
Molti, ricordandolo e prendendo ad esempio altri sopravvissuti, dicono che è stato meglio così: un mutilato semicieco non ha un bel futuro qui da noi.
Quando sento questi discorsi non dico niente, preferisco andarmene.


Sono passati due anni da quel giorno. Ogni volta che sento uno scoppio o vedo una farfalla penso a Sov. Me lo vedo davanti.
Con quel sorriso che ti compra e quegli occhi che sanno farsi perdonare qualsiasi cosa.
Me lo sogno di notte, mi viene incontro senza mani e mi dice “Mi dispiace”.
Mi sveglio che ho i brividi.
Vorrei urlargli di non essere triste, che non è colpa sua, ma la voce mi muore in gola.
Poi non riesco più a prendere sonno.


Oggi è festa, è il compleanno del Re; festeggeremo per tre giorni, come prevede la legge.
Siamo tutti riuniti e per l’occasione le donne hanno preparato un ricco pasto.
C’e carne cotta nel latte di cocco, riso, pesce secco, insalata di mango, frutta e the speziato in abbondanza.
Ho mangiato pochissimo.
Ho promesso a mia sorella che l’avrei accompagnata al cimitero a far visita al piccolo Sov.
Il solo pensiero mi ha chiuso lo stomaco.


Solo adesso, che sono qui, sulla sua tomba, provo un po’ di sollievo.
Da dove si trova credo che possa vederci, che sia contento di trovarci qui e che sorrida.

Sarà perché sui fiori che abbiamo deposto per lui si sono posate decine di farfalle.

 

2° classificato: MAZZANTI ELENA – Pisa – “Notte di Pianto”


NOTTE DI PIANTO

 La luna pare di ghiaccio, stanotte.
 Ha la faccia stanca, di vecchia signora, gli angoli della bocca piegati all'ingiù. Sembra stia per piangere. Guarda in basso con inalterata pazienza, ancora non rassegnata a quel che vede: il dolore del mondo.
Alla finestra, lo sguardo aggrappato alla luna, le mani appoggiate ai vetri freddi, il viso bollente.
E' notte di pianto questa...

Lui è di là, nel letto.
Sta dormendo, e dormendo geme. Brutti sogni forse, forse dolore. Non ha pace neanche di notte.
Non ho il coraggio di guardarlo.
Scavo nel mio cuore, cercando altre immagini che posso riconoscere.
Lui, non lo riconosco più.
Non è più lui.
E' tanto tempo che non è più lui.
Ricordo.

Un bambino biondo, col ciuffo sempre dritto, occhi ansiosi color fiordaliso, il visetto serio, pensoso.
"Mamma, cos'ha quell'uomo?"
Era un barbone accasciato per terra, che imprecava piano fra sé. Puzzava di vino e di orina.
"Mamma, che ha?"
"Niente, è solo un barbone".
Parole senza senso, buttate lì in fretta tra mille cose da pensare, la spesa da fare, il pranzo da preparare, sempre di corsa.
Lui si era fermato davanti.
"Possiamo aiutarlo?"
"E' solo ubriaco, vieni Francesco".
Lo avevo strattonato per un polso, la mente altrove.
Eravamo entrati nel supermercato.
Poi le solite incombenze.
La sera, prima di andare a letto.
"Secondo me aveva male al cuore", aveva detto meditabondo. "Dentro", aveva precisato.

Poi l'adolescenza, la politica, i compagni, le ragazze.
Tutto era sempre troppo per lui.
Passioni divoranti, impegno totale, sogni impossibili, gigantesche illusioni e immense delusioni.
E' per questo che ha cominciato?
Perché la realtà era troppo ingiusta e troppo dura da sopportare?
Non avevamo capito, all'inizio.
Ma come potevamo capire? Era sempre fuori di casa, sempre in mezzo agli amici, mai con noi. Semmai da solo in camera propria, la porta chiusa, la musica a tutto volume.
Una notte non era rientrato.
Ci avevano telefonato dalla Questura.
Lo avevano fermato per possesso di droga.
Ci eravamo guardati sgomenti, io e suo padre.
Droga? Nostro figlio? Non era possibile.
Ma era possibile, sì.
Era la fine degli anni '70 e gli spinelli circolavano nelle scuole, nei gruppi politici e alle feste. E non solo spinelli. Eroina.
Che ne sapevamo noi, gente qualunque?
Lo avevano malmenato un po', niente di grave, soltanto un paio di schiaffi, per aver risposto in modo arrogante a un poliziotto.
Lui si agitava, violento, farfugliava parole incomprensibili, la bocca impastata, gli occhi iniettati di sangue.
A malapena lo avevamo riconosciuto.
Lo avevamo riportato a casa, messo a letto a forza, guardato dormire come un bambino.
Provammo a parlargli, per capire, per aiutarlo.
Alzava le spalle con impazienza, scrollandosi di dosso le nostre domande con fastidio, guardandoci con commiserazione, con disprezzo.
"Non capite, non potete capire".
Secco e duro. Serrato. Sarcastico.
E spariva con gli amici, i compagni, le ragazze.
Non sapevamo che fare.

Una volta siamo rientrati in casa e pareva fossero passati i ladri: niente più televisore, stereo, i miei pochi gioielli. Neanche il cammeo della nonna, l'anello di mio padre.
Il ladro era lui.
Era violento, talvolta.
Oppure piangeva come un bambino, supplicando la dose.
Quando stava male non avevamo difese.
Gli abbiamo dato tutto quello che avevamo.
Chiedemmo aiuto a tutti, insegnanti, psicologi, assistenti sociali, perfino al prete, anche se non eravamo credenti.
Lo portammo in una comunità di recupero.
Scappò. Una volta, due volte.
E sparì.
Perdemmo ogni traccia di lui, per mesi.
Non sapevamo che fare.

Tornò con una ragazza come lui.

 

 

3° classificato (ex aequo): GIACCAGLINI GIORGIO – Jesi (Ancona) – “Cardiologia”


CARDIOLOGIA

Parole, parole, parole: era mai possibile che ci si potesse innamorare solo per delle parole? O per lo meno, che ci si potesse prendere una cotta per delle parole? S’erano incontrati solo una volta, qualche chiacchiera, uno scambio di indirizzi e-mail poi, quasi per rompere la monotonia del tempo, si comincia a scrivere quattro pensieri, forse più per scriverli a se stessi che a un amico e poi…
Poi il pensiero si fa sempre presente.
Sara era una donna d’altri tempi, di quelle che non avrebbero mai pensato di avere una storia parallela. E infatti non l’aveva ancora. Pensare di provare emozioni particolari per un uomo che non fosse suo marito, era fuori d’ogni immaginabile realtà. Sara aveva sempre pensato che ci si potesse innamorare per uno sguardo, un tocco, per il suono delle parole, ma ora, questo bisogno della mail quotidiana, cosa significava?

Sara aveva portato suo padre a una visita di controllo. Il problema era il cuore. Quello del padre, che ogni tanto cambiava ritmo. Quello di Sara, fino a un po’ di tempo fa, aveva sempre lo stesso andamento.
“Mi sento una stupida ad avertelo detto, ma sarei venuta così vicino al tuo ufficio che ho sentito il bisogno di vederti.”
Un’e-mail inviata all’amico prima di partire per la visita e il desiderio di guardare negli occhi l’autore di tutte quelle belle parole, divenne realtà in quella sala d’aspetto. In un reparto di cardiologia. E dove sennò?
Si scambiarono poche parole. L’emozione di trovarsi vicini e l’ansia che nel giro di pochi minuti tutto sarebbe finito, non rese possibile un solo discorso di senso compiuto.
Il contatto, quello fu veramente il vincitore dell’incontro! Sara prese a stringere le dita del suo amico; le scandiva una dopo l’altra come volesse contarle. Dalle dita passava poi ai suoi avambracci. Il suo amico era un po’ spaventato. Ma Sara non pensava a ciò che stava facendo. Era da tanto tempo che un uomo non le dedicava parole così dolci. Da tanto tempo non si sentiva così viva, così bella. Aveva ripreso a sognare storie d’amore. Ad un film in cui era lei la protagonista. Con quel contatto doveva verificare che tutto ciò fosse reale.
“Si passa la maggior parte della vita in attesa di un qualcosa”, pensava Sara “e se questo fosse l’uomo della mia vita?”

In quella sala d’aspetto ogni tanto passava qualche infermiere, qualche medico pure. Nulla di strano. Ma se vedi passare un infermiere, ti guarda, va in reparto e subito dopo ripassa guardandoti ancora. Se dopo un po’ ritorna accompagnato da un medico e insieme ti guardano negli occhi; e se quel medico torna ancora, accompagnato dal primario, qualcosa di strano deve pur esserci!
Sara portava sempre i suoi occhiali da sole: li indossava anche quando si trovava in una stanza.
“Mi dà fastidio la luce, devo tenere gli occhi socchiusi e poi mi vengono le rughe”, usava dire per scusarsi. Aveva quel tipo di occhiali fatti a mascherina, quelli che ti avvolgono metà viso. Sotto quelle lenti aveva degli occhi proprio dolci. Potremmo dire degli occhi da cerbiatto. Cosa c’è di più indifeso di un cerbiatto? Ecco, probabilmente portava gli enormi occhiali a mascherina per proteggersi. Con quegli occhi lei era così nuda.
Quel giorno davanti al suo amico si era tolta gli occhiali. Quel giorno, in quel continuo andirivieni di infermieri e medici, Sara era senza mascherina.

Pochi minuti e tutto tornò come prima. Sara si mise gli occhiali, il suo amico tornò in ufficio. In attesa che l’infermiere venisse a chiamare il padre, Sara stava leggendo un quotidiano finanziario, “La Luna tutto il giorno”. Era buttato lì, sul tavolino della sala d’aspetto. Un titolo a nove colonne aveva colpito la sua attenzione: “Boom delle iscrizioni al nuovo corso di Cardiologia: NoRomanticismo”.
Non era il tipo di giornale che le piaceva sfogliare. Avrebbe voluto proseguire nella lettura del suo romanzo preferito: Anna Karenina. L’aveva già letto una volta. Ma alcune frasi ora avevano bisogno di un approfondimento.
Quel “…e rimaniamo buoni amici” pronunciato dalla protagonista femminile, poteva forse rappresentare una risposta al suo stato attuale?
Comunque la sua eroina avrebbe aspettato: il titolo di quel giornale era troppo accattivante.
“Ma guarda te”, si domandò dopo aver letto “se nell’anno 2037 si deve pensare a un simile corso di Cardiologia? A cosa serve prendere una pillola colorata o una scossa elettrica per cancellare l’emozione di un bacio rubato o di una rosa regalata. Perché eliminare la parte romantica di un essere umano. Si vivrebbe meglio forse?”
Qui Sara ebbe un attimo di esitazione. Non era più sicura della risposta. D’altra parte la sua eroina era finita sotto un treno.
“E poi…”, continuò Sara nei suoi pensieri “ci pensa già la vita a cancellare quel poco di romanticismo che ci rimane. Non c’è mica bisogno di un medico!”

Finalmente venne l’infermiere.
“Allora, il prossimo è… Rossi.”
Sara si alzò per accompagnare il padre.
“No, no, signora Rossi venga da sola, non c’è bisogno che sia accompagnata da suo padre.”
“Ma veramente… è mio padre che…” provò a dire Sara.
“Prima lei, lei è più grave, suo padre può aspettare.”
Sara si sentì trascinare via senza neanche poter dire una parola. L’ultima immagine che vide, prima di dimenticare per sempre l’amico dalle belle parole, fu una scritta su un vetro della corsia:

Reparto CARDIOLOGIA
Sezione NoROMANTICISMO

 

 

3° classificato (ex aequo): PETTINATO MICHELE – Noci (Bari) – “La democrazia ha lo sguardo del mare”


LA DEMOCRAZIA HA LO SGUARDO DEL MARE

Il Prof. Ligorio entrò puntuale alle otto in classe anche in quell’ultimo giorno di scuola che chiudeva per sempre la sua carriera  lavorativa. L’alba successiva avrebbe avuto il sapore di una pensione tutta da inventare, che gli procurava malinconia nonostante già sapesse che avrebbe avuto più tempo da dedicare ai suoi nipoti ed ai suoi studi sui popoli del mediterraneo. Per il momento scacciò decisamente dalla mente questo pensiero e si rifugiò in quel gessato che sua moglie aveva tirato fuori dall’armadio e aveva posto sulla sedia della camera, come un rito che ormai si ripeteva da più di quarant’anni e che adesso giungeva all’epilogo. Quando entrò in classe, tuttavia, trovò soltanto me ad aspettarlo. Non c’era il Preside, non c’erano i colleghi e neppure gli studenti. I miei compagni di classe non avevano resistito al richiamo del mare e della campagna, al fresco di quei trulli che dalle colline di Alberobello si lasciano andare sino alla costa del mare adriatico. Anch’io sarei dovuto andare con loro ma dovevo recuperare l’interrogazione in Italiano, proprio con lui, tra i più severi Professori del Liceo, lo stesso che da bambino aveva imparato l’inglese a contatto con gli americani  giunti nella Provincia di Bari a prendere fiato prima di liberare il resto dell’ Italia. Nessuno era venuto a salutarlo. Sul suo viso rugoso ma ancora giovanile era stampata tutta le delusione per quella situazione che mai avrebbe immaginato dopo quarant’anni di onorato servizio nella scuola pubblica. L’aula si riempì presto del profumo di brillantina che  metteva tutte le mattine sui suoi capelli bianchi. Lo guardavo in religioso silenzio mentre sul registro scriveva il nome degli assenti con quella penna che sembrava divenire un peso sempre più insopportabile. Non ero tra i suoi allievi preferiti ma quando rialzò gli occhi dal registro mi guardò come mai mi aveva osservato, con una riconoscenza che era poi un ringraziamento per essere venuto a scuola, fosse anche per la semplice interrogazione che mi aspettava.
“Stamattina facciamo lezione – disse – parliamo di democrazia. L’interrogazione la faremo subito dopo”. Avevo tirato fuori il libro ma lui me lo richiuse tra le mani dopo pochi secondi. “Ho detto che facciamo lezione, ti va di andare al mare ?”  Ci ritrovammo così sulla mia vespa, lungo la strada che dalla murgia dei trulli scende verso il mare, io e lui, come due compagni di classe che hanno fatto filone a scuola, come se il tempo non contasse più nulla e la distanza delle generazioni fosse stata annullata. Sentivo il rumore della sua giacca che si lasciava trasportare dal vento, così come le  mani avvinghiate su di me quasi a togliermi il respiro. Dalle colline vicino Castellana Grotte intravedemmo quasi subito il mare. Giungemmo presto alla marina, percorrendo la strada che affianca le rovine dell’antica via Appia che da Roma portava a Brindisi, tra ristoranti e villette abusive costruite a pochi metri dal mare. Poi, quando giungemmo presso l’antica città romana di Egnatia, il professore mi chiese di fermarmi, proprio dove c’era l’antico porto da cui si narra fosse passato anche Cicerone. Scese dalla moto in un baleno, con lo scatto di un giovanotto, con i capelli bianchi che avevano ormai perso la forma della brillantina.
Per qualche istante guardò intensamente l’orizzonte del mare, preso da una  sovrumana voglia di superarlo sia pure con la sola forza dei pensieri. Poi si girò verso di me. “Allora, volevo chiederti – cosa rappresenta per te la democrazia”?
“La democrazia è la facoltà di fare tutto quello che noi vogliamo, senza nessuno che ce lo impedisca” – dissi. “Stamattina abbiamo fatto filone a scuola e nessuno ci ha detto nulla”.
Il Professore si fece una grande risata che ben presto prese la forma di una serenità stampata sulle linee del viso, come quella di un padre che sa già quale eredità lasciare ai propri figli. “Oggi, in questa mia ultima lezione, voglio chiedere ai miei ragazzi di non dimenticare mai che la democrazia è il momento dell’incontro e dell’ascolto, senza le barriere che spesso nascono tra noi. Proprio come questa distesa d’acqua che abbiamo davanti a noi, uno spazio senza quei confini che si frappongono con il popolo che si trova dall’altra parte dell’orizzonte. Vi lascio in eredità questo mio pensiero, non dimenticatelo mai, neppure quando il mare è mosso e le onde sembrano impedire l’incontro”. Non finì neppure di parlare che con un tuffo si immerse  in quello spazio aperto di cui aveva tessuto le lodi. Lo guardavo sorpreso, quasi non riconoscendo la figura severa dell’insegnante che mi aveva bacchettato per tutto l’ anno. Decisi di lanciarmi anch’io, di lasciare tutto sulla sella della vespa che somigliava sempre più ad una guardarobiera. “Allora, Professore, con questo vuole dire che il mediterraneo è una terra senza confini, vero”? – dissi prima di tuffarmi. “Bravissimo, – mi rispose dall’acqua –  è proprio cosi’. L’interrogazione è andata bene. Sei promosso”.